Coronavirus: chiese chiuse e preghiera

DESIDERARE L’EUCARISTIA PER VIVERLA CON MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA

Il lungo periodo di chiusura nelle nostre case accende il giusto, forse frettoloso, desiderio di un ritorno alla vita di relazione sociale, ma anche il bisogno di una ripresa della vita di fede, attraverso la partecipazione reale alla celebrazione della Santa Messa e ai sacramenti.
Ora molti vogliono la riapertura immediata delle chiese. Un desiderio legittimo, difficile dire se vero o pretestuoso, dal momento che tra coloro che protestano sui social ci sono sicuramente alcuni che sentono il bisogno dell’Eucaristia festiva, ma probabilmente anche tanti che normalmente stanno a distanza di sicurezza dalla chiesa e dai sacramenti.
Premetto che sono pienamente convinto che l’Eucaristia è il Cuore della vita di un cristiano e che la chiesa, intesa come comunità, non esiste senza l’Eucaristia, che la rende compatta e unita. Di conseguenza, non può stare senza ritrovarsi per la celebrazione della Messa. 
Ma in questi giorni ho pensato anche al profeta Amos, che sarebbe certamente utile leggere e meditare in questo momento di forzata solitudine. 
In un periodo storico, il nostro non è certamente diverso, caratterizzato dalla sete di guadagno, dallo sfruttamento dei poveri, dal rispetto solo formale del sabato, il profeta annuncia questa Parola di Dio:
“Ecco, verranno giorni….
in cui manderò la fame nel paese;
non fame di pane né sete di acqua,
ma di ascoltare le parole del Signore».
Allora andranno errando da un mare all’altro
e vagheranno da settentrione a oriente,
per cercare la parola del Signore,
ma non la troveranno” (Amos 8, 11-12)
interno-chiesa-madre2Il profeta è inascoltato e, allora, Dio non parla più, fa desiderare la Sua Parola. Un silenzio percepito come un grande castigo. Così il popolo, angosciato, comincia a desiderare la Parola di Dio, “ma non la troverà”.
Rileggendo questo brano, ho pensato che forse Dio permette questo tempo di pandemia per mandare un messaggio chiaro a tutti noi: ai cristiani che Lo hanno lasciato inutilmente bussare alla porta di casa e del cuore, senza mai aprirlo; ai cristiani che, quando potevano andare in chiesa, la domenica hanno preferito il letto il supermercato lo svago il divertimento alla celebrazione della Messa; ai cristiani che non hanno preso in considerazione la Sua Parola come norma della loro vita; ai cristiani che hanno ritenuto superflua la sua presenza, perché sono altre le cose che veramente contano.
Forse è lecito domandarsi se Dio non ci faccia desiderare la chiesa l’Eucaristia i sacramenti, per farci capire che sono beni primari di cui non possiamo e non dobbiamo più fare a meno. Beni che non sempre abbiamo apprezzato e che dobbiamo cercare non più con leggerezza, ma con ferma convinzione.
dsc_0027Chiusi in casa abbiamo più tempo per riflettere, per guardare nell’intimo del nostro cuore, per ripensare la nostra vita di relazione, per dare più spazio e continuità alla preghiera. Mai si è pregato come adesso ed è bello sentir dire, a qualcuno che non ha mai messo piede in chiesa la domenica, che inizia la sua giornata partecipando all’Eucaristia, celebrata da Papa Francesco a Santa Marta. 
L’esperienza, sia pure dolorosa, della pandemia può essere vissuta come opportunità per capire, finalmente, cosa vuol dire essere e vivere da cristiani. 
Del resto, i primi cristiani, perseguitati e costretti a nascondersi per pregare, aumentavano di numero e uscivano più forti da quelle prove, capaci di affrontare qualsiasi pericolo, persino la morte, per dare testimonianza della loro fede.
Penso, allora, che anche per noi il periodo della chiusura temporanea e non voluta delle chiese, può risultare persino utile se vieno colto come un momento di “grazia”, per scuoterci e dare più forza alla nostra tiepida e, a volte, insipida fede.

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